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Cronaca

Donna sbranata a Trivigno, dopo due mesi non ancora divulgate né l’autopsia né l’analisi del DNA. Ipotesi di attacco da parte di un orso

Da indiscrezioni pubblicate precedentemente dai media tuttavia non sarebbe emersa alcuna conferma di attacco da parte di cani. Su una gamba i segni di una possibile zampata

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Il caso

Redazione-  Il 23 aprile 2026 Lucia Tognela, 59 anni, è stata trovata morta nei boschi della frazione di Trivigno, comune di Tirano (Sondrio), a circa 1800 metri di altitudine. Indiscrezioni dell’autopsia pubblicate sui media hanno confermato che la donna è deceduta a causa delle gravi lesioni provocate da morsi di animali. L’allarme era stato dato da Valerio Ceconi, abitante in zona e proprietario di quattro cani di razza dogo argentino e di un meticcio. Le indagini hanno coinvolto il proprietario, mentre molti media pubblicavano e asserivano che la povera donna era stata uccisa dai cani. Tuttavia in seguito il particolare non veniva più confermato: “L’esito dell’autopsia – che verrà depositato entro 60 giorni – per ora non indica la responsabilità dei 5 cani posti sotto sequestro” (Il Dolomiti); “È stato uno di questi cani – o più d’uno – a sbranare giovedì scorso la povera Lucia? La conferma non è certo giunta dall’autopsia di ieri” (Il Giorno). Insomma, parrebbe che da quanto trapelato dopo l’autopsia sia stato accertato solo che la morte è stata causata “da shock emorragico dovuto ad aggressione violenta di animali” (Sondrio Today). Quindi genericamente animali o animale, ma non precisamente cani.

L’ipotesi di un attacco di orso

L’altro sospetto potrebbe essere l’orso: il 9 maggio 2025 un orso fu fototrappolato per ben due notti consecutive a Castello dell’Acqua, che dista da Trivigno circa 20 km, nulla per un orso. Il filmato è tuttora visibile sul tg de La Provincia Unica TV del 18 maggio 2025; nel settembre sempre del 2025 una donna con i suoi nipoti si trovò ad una ottantina di metri da un orso a Lovero, che da Trivigno in linea d’aria dista meno di 6 km; l’8 gennaio 2026 un orso lasciò le impronte a poche centinaia di metri dal luogo dell’uccisione della povera donna; una femmina con due cuccioli era stata avvistata giorni prima dell’uccisione della donna nella zona tra Trivigno e Aprica, che distano tra loro circa 4 km in linea d’aria, assolutamente nulla per un orso; nel maggio scorso un orso è stato avvistato nella zona di Aprica.

L’attacco

Avendo io intervistato in esclusiva Valerio Ceconi, 46 anni, proprietario dei quattro cani dogo argentino e di un cane meticcio (e quindi non di cinque dogo argentini come finora divulgato), tutte femmine, che si ipotizza abbiano ucciso la signora Lucia Tognela, in quanto giornalista ho il dovere di comunicare quanto segue: in attesa di conferme scientifiche, ho notato – anche dall’esame della documentazione fotografica del corpo della sventurata – che diversi particolari siano invece compatibili con un orso bruno. Ricordo che sempre in aprile, ma del 2023 in Val di Sole, il runner 26enne di Caldes Andrea Papi fu ucciso dall’orsa JJ4, che aveva con sé due piccoli.

A mio parere, a destare sospetti sono due grossi ematomi sulle spalle della vittima, approssimativamente alla stessa altezza, circa 150 cm, che farebbero pensare a un impatto mentre fuggiva. Impatto talmente violento da fare sfilare entrambe le scarpe della donna, come si verifica anche in alcuni incidenti automobilistici, provocato presumibilmente da un animale molto più potente e pesante di un cane dogo di circa 45 kg oppure di un lupo. Scarpe trovate affiancate e parallele, di cui una rovesciata, a meno di mezzo metro tra loro. Sarebbe difficile pensare che una persona inseguita, da cani od orso che sia, si tolga le scarpe per correre più velocemente. Inoltre tra gli altri segni si nota sul corpo della vittima, ritrovato completamente nudo, e precisamente sulla coscia destra, tre lunghe ferite parallele e della stessa lunghezza apparentemente compatibili con tre dei cinque artigli di cui sono dotati gli arti degli orsi. Considerando che tra loro le possibili unghiate distano circa 4-6 cm, aggiungendo le altre due non visibili si ipotizza un piede anteriore (si dice piede, la zampa è tutto l’arto) largo almeno 16 cm, ben al di là quindi di quelli delle più grandi razze canine.

Aggiungo un altro dettaglio: anche il corpo del povero Andrea Papi, sbranato dall’orsa JJ4 (che avrebbe dovuto essere abbattuta in quanto aveva già attaccato mesi prima delle persone, anche rendendole invalide, ma che fu lasciata libera e pericolosa), presentava sulla gamba destra gli stessi segni confermati dall’autopsia di artigliate, identici a quelli di questa povera donna. E anche lì i segni di artiglio, molto distanziati tra loro, erano tre e non pari ai cinque artigli degli orsi. Evidentemente sono gli artigli più lunghi a fare presa.

Non solo, nella stessa coscia della donna, ma anche in altri punti del corpo, si nota un morso netto con asportazione della carne largo circa dieci cm e cioè una distanza incompatibile tra i canini dei cani e, immediatamente sulla sinistra, quelli che potrebbero essere i segni lasciati dalla parte destra della mandibola superiore di un grande animale predatore come un orso.

Altra cosa, la sventurata è stata ritrovata completamente scalpata, ossia l’intero cuoio capelluto, quindi capelli inclusi, è stato strappato, tanto che è stato trovato vicino. L’animale pertanto aveva le fauci tanto grandi da prendere in bocca l’intero cranio. Un cane, anche un dogo argentino, ha la bocca più piccola e pertanto ne avrebbe strappato solo una parte. Nei casi di attacchi di orsi a persone invece questo avviene non raramente.

Donna sbranata a Trivigno, dopo due mesi non ancora divulgate né l'autopsia né l'analisi del DNA. Ipotesi di attacco da parte di un orsoVittime scalpate durante gli attacchi di orsi in Romania nel 2021.

Come ipotesi non è neppure da escludere che i cinque cani abbiano invece scacciato l’eventuale orso dalla vittima già morta e che sia nato uno scontro vicino o sopra la donna, questo sia per la presenza di sangue sui cani sia per il fatto che uno di loro, una femmina di due anni, mostrasse subito dopo parziale sofferenza all’occhio destro, pur non ferito, come possibile conseguenza di una zampata dell’orso. Quindi là fuori ci sarebbe qualcos’altro che ha ucciso, e che potrebbe farlo ancora, a meno che non sia già stato catturato/abbattuto da ignoti. Si attende ora l’esame del DNA, ma anche se lo si trovasse di cane sulla donna, non proverebbe nulla, perché i cani avrebbero potuto toccare, esaminare o rotolarsi sul corpo già esanime e sbranato della povera donna. O lottare contro l’orso sopra o vicino al corpo della donna, perdendo peli e saliva.

Caso Papi, conferma in pochi giorni. Caso Tognela, dopo due mesi nulla di divulgato

Nel caso di Andrea Papi, ucciso da un’orsa il 5 aprile 2023, i riscontri e azioni furono efficienti ma anche veloci, tanto che già solo due giorni dopo, il 7, i giornali riportavano indiscrezioni evidentemente corrette sulle analisi del DNA e sull’autopsia (anche se il medico legale, con cui ho parlato, le consegnò ufficialmente in seguito alla Procura). Tanto che l’11 aprile (6 giorni dopo) la Procura di Trento confermò che, dalle analisi, JJ4 era la responsabile dell’uccisione, e il 20 aprile (15 giorni dopo) l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), ossia la branca scientifica competente del ministero dell’Ambiente, definì l’esemplare ad alta pericolosità e autorizzò la rimozione dell’orsa JJ4, anche con abbattimento. Il tentativo di alcune associazioni animaliste e ambientaliste di fare credere che il responsabile fosse stato un eventuale altro orso fu definito dal Tar di Trento una mera illazione, e da veri esperti come lo zoologo Luigi Boitani: “È una sciocchezza. Non ha senso. Ma che scherziamo, la genetica è un dato certo. Veterinari che dicono queste cose non sanno, non hanno idea davvero, è una cosa capziosa”.

Nel caso della morte della signora Lucia Tognela invece ancora dopo due mesi non si sa nulla dell’autopsia, e neppure dell’analisi del DNA, che normalmente necessita di una decina di giorni, e se necessario anche molto meno. Pur in attesa delle perizie mediche, e rispettando la ben superiore professionalità degli incaricati, così come della magistratura, è lecito chiedersi: perché tanta differenza nella tempistica tra il caso Papi e Tognela? Si arriverà così alla fine di luglio, quando al Ris di Parma è previsto l’accertamento tecnico irripetibile sui campioni biologici di Lucia Tognela.

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Cronaca

Eutanasia su un bambino di 12 anni, primo caso nei Paesi Bassi dopo l’ampliamento della legge

⚖️ Nei Paesi Bassi è stato eseguito il primo caso di eutanasia su un minore dopo la recente estensione della legge. Un passaggio che riapre il dibattito etico internazionale sul diritto al fine vita per i più piccoli.

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#Eutanasia #PaesiBassi #Diritti #CronacaEstera

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Eutanasia

 Redazione-  Il sistema sanitario olandese ha registrato nelle ultime ore una svolta storica e delicata, segnata dall’esecuzione della prima pratica di eutanasia su un minore di età compresa tra uno e dodici anni. L’intervento è avvenuto in conformità con la normativa aggiornata nel febbraio 2024, che ha esteso la possibilità di ricorrere al fine vita per i piccoli pazienti affetti da patologie incurabili e costretti a sopportare dolori definiti intollerabili dai medici curanti. La notizia, che ha sollevato un dibattito etico a livello internazionale, è stata resa nota dalle autorità sanitarie locali senza fornire dettagli sull’identità, il sesso o la località precisa in cui la struttura ospedaliera è situata, mantenendo il massimo riserbo per tutelare la privacy del nucleo familiare coinvolto.

Il protocollo legale e la verifica del caso

Il meccanismo legislativo olandese non prevede un’autorizzazione preventiva da parte di un giudice, ma segue un rigido schema di supervisione a posteriori. Una volta compiuta la procedura, il medico responsabile ha l’obbligo di segnalare il caso a una commissione regionale indipendente. Quest’ultima ha il compito di analizzare minuziosamente l’intera cartella clinica, raccogliere le testimonianze del personale sanitario e accertare che ogni requisito di legge sia stato rispettato. Nel caso specifico, la commissione ha già concluso la fase di studio e ha trasmesso il proprio parere alla Procura della Repubblica, che dovrà ora stabilire se il medico abbia operato entro i confini rigorosi del quadro giuridico vigente.

Perché l’eutanasia possa essere considerata legittima, il protocollo richiede il consenso unanime sia dei genitori che dello staff medico. È fondamentale dimostrare che non esistano alternative terapeutiche o cure palliative in grado di alleviare in modo efficace le sofferenze del minore. Il governo dei Paesi Bassi, al momento dell’approvazione del decreto, aveva sottolineato come la misura fosse destinata esclusivamente a un gruppo ristrettissimo di pazienti, stimando una platea di circa cinque o dieci bambini all’anno.

Un quadro legislativo in costante evoluzione

I Paesi Bassi detengono il primato mondiale per quanto riguarda la regolamentazione del fine vita. Già nel 2002, il governo di Amsterdam aveva aperto la strada legalizzando l’eutanasia e il suicidio assistito per gli adulti. Successivamente, nel 2014, il legislatore aveva esteso il diritto ai minori sopra i dodici anni, a patto che questi ultimi fossero considerati capaci di esprimere un consenso consapevole, includendo parallelamente i neonati sotto l’anno di vita qualora vi fosse un accordo esplicito dei genitori.

Le patologie che consentono l’accesso a questa procedura sono circoscritte a condizioni cliniche di estrema gravità, come malformazioni congenite incompatibili con la vita, malattie metaboliche rare in fase terminale o danni irreversibili a organi vitali. La normativa si inserisce in un contesto nazionale dove il ricorso all’eutanasia è in costante crescita. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato nel maggio 2025 dai Comitati regionali di revisione, il 2024 ha segnato un incremento significativo delle richieste: si parla di 9.958 casi ufficializzati, un dato che rappresenta circa il 5,8% del totale dei 172.049 decessi avvenuti nel Paese nello stesso anno solare. Questa statistica dimostra come, pur tra forti discussioni etiche, il ricorso al fine vita sia divenuto una realtà consolidata nel sistema di welfare olandese, integrato in una cultura medica che pone al centro l’autonomia del paziente e la gestione del dolore nelle fasi terminali di una malattia. La questione resta comunque al centro di un acceso scontro tra le posizioni laiche, che vedono nella norma un gesto di profonda umanità verso chi soffre, e le posizioni conservatrici, che temono una deriva preoccupante nella percezione del valore della vita umana.

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Tragedia sulla Pedemontana Veneta: muoiono un sacerdote 37enne e un giovane animatore 16enne diretti a Gardaland

🙏 Una tragedia che ha scosso profondamente il vicentino: un sacerdote di 37 anni e un animatore di 16 anni hanno perso la vita in un incidente sulla Pedemontana Veneta mentre viaggiavano verso Gardaland. Il dolore di una comunità intera.

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#Vicenza #Malo #PedemontanaVeneta #Cronaca

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Soccorritori 118

 Redazione-  Una giornata di festa e spensieratezza, pensata per celebrare la conclusione delle attività del Grest, si è trasformata in un dramma su tutta la provincia di Vicenza. Questa mattina, poco dopo le 9, all’interno della galleria di Malo, lungo il tracciato della Superstrada Pedemontana Veneta, due persone hanno perso la vita in un terribile incidente stradale. Le vittime sono un sacerdote salesiano di 37 anni e un ragazzo di appena 16 anni, che operava come animatore parrocchiale. I due viaggiavano a bordo di una vettura che precedeva il resto del gruppo, composto da ragazzi della parrocchia di Schio, diretti verso il parco divertimenti di Gardaland per una gita estiva.

La dinamica dell’incidente all’interno del tunnel

Secondo le prime ricostruzioni effettuate dagli agenti della Polizia Stradale che hanno operato sul posto, la dinamica appare complessa e drammatica nelle sue fasi evolutive. Tutto ha avuto inizio con un primo tamponamento che ha visto coinvolta l’auto guidata dal sacerdote e un mezzo pesante che procedeva nello stesso senso di marcia all’interno del tunnel. Dopo lo scontro, il religioso e il sedicenne sarebbero scesi dall’abitacolo per verificare l’entità dei danni riportati dal veicolo.

Il punto in cui si è fermata la vettura, all’interno della galleria di Malo, si è rivelato purtroppo pericoloso. Mentre i due stavano risalendo sulla macchina, una terza vettura, che sopraggiungeva in quel momento, non si sarebbe accorta della presenza dei due veicoli fermi. L’impatto tra la terza auto e quella del sacerdote è stato violentissimo, non lasciando scampo né al religioso né al giovanissimo animatore. Il conducente della terza macchina coinvolta ha riportato ferite lievi, venendo subito preso in carico dai sanitari giunti sul posto, ma per le due vittime i soccorsi del Suem 118 si sono rivelati inutili nonostante i tentativi di rianimazione.

Il dolore della comunità di Schio e dei Salesiani

La notizia del decesso dei due volontari ha raggiunto rapidamente la città di Schio, lasciando l’intera comunità parrocchiale nello sgomento. Il gruppo del Grest, che viaggiava a bordo dei pullman subito dietro l’auto delle vittime, è stato scortato in un luogo sicuro e assistito da psicologi e personale specializzato. Per ore, la viabilità sulla Pedemontana Veneta ha subito forti rallentamenti. Le autorità hanno disposto la chiusura completa della galleria per permettere i rilievi scientifici da parte della Polizia Stradale e la successiva bonifica dell’asfalto dai detriti.

Il traffico è stato deviato sulla viabilità ordinaria, congestionando per l’intera mattinata le arterie locali che collegano i comuni dell’alto vicentino. Molti automobilisti sono rimasti bloccati tra Malo e Montecchio Maggiore, mentre le forze dell’ordine lavoravano senza sosta per mettere in sicurezza l’area. Gli agenti della Polizia Stradale hanno ora il compito di ricostruire ogni istante di quella tragica manovra, analizzando le immagini delle telecamere di videosorveglianza poste all’interno del tunnel per definire meglio le responsabilità dell’accaduto e capire perché non siano state attivate le segnalazioni necessarie a rallentare il flusso veicolare in entrata nella galleria.

L’incidente di questa mattina riaccende il dibattito sulla sicurezza lungo la Pedemontana Veneta, arteria stradale di recente costruzione e fondamentale per il collegamento tra le province di Vicenza e Treviso. La comunità salesiana di Schio ha già annunciato momenti di preghiera per ricordare le due vittime, figure molto amate dai ragazzi che frequentavano l’oratorio e che oggi piangono la scomparsa del loro punto di riferimento spirituale e del loro compagno di giochi.

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Cronaca

Detenzione di hashish e sospetto spaccio, 15enne di Monterotondo trasferito in comunità

🚔 A 15 anni è accusato di detenzione ai fini di spaccio: un ragazzo di Monterotondo è stato trasferito in comunità dopo un’indagine partita dallo scalo ferroviario di Collevecchio. Una vicenda che riaccende l’allarme sul coinvolgimento dei minori nel mondo della droga. Leggi l’articolo completo sul nostro sito 👇

#Monterotondo #Cronaca #Minori #Spaccio

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hashish

Monterotondo Ha soltanto 15 anni, ma per lui si è già aperto un percorso giudiziario delicato che ora lo porterà lontano da casa, in una comunità disposta dal tribunale per i minorenni di Roma. Il ragazzo, residente a Monterotondo, è accusato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La misura è stata eseguita dai militari sabini dopo il provvedimento firmato dai giudici minorili, che hanno ritenuto necessario il trasferimento del giovane in una struttura educativa.

La vicenda racconta non solo un episodio di cronaca, ma anche il tentativo delle istituzioni di intervenire prima che un percorso deviante si radichi in modo irreversibile. Nel caso di un minore, infatti, l’obiettivo della giustizia non è soltanto reprimere, ma anche creare le condizioni per un recupero concreto, attraverso un contesto controllato e un accompagnamento educativo.

L’indagine partita dallo scalo ferroviario di Collevecchio

Tutto ha avuto origine all’inizio del mese, quando un altro giovane è stato fermato allo scalo ferroviario di Collevecchio mentre stava consumando droga. Da quel controllo sono partiti gli approfondimenti investigativi che hanno consentito di risalire a quello che gli inquirenti ritengono essere il suo presunto fornitore, identificato proprio nel quindicenne di Monterotondo.

Gli accertamenti hanno portato a una perquisizione domiciliare, momento chiave dell’indagine. All’interno dell’abitazione del ragazzo sarebbero stati trovati e sequestrati diversi quantitativi di hashish, insieme a materiale ritenuto compatibile con l’attività di taglio e confezionamento delle dosi. Elementi che hanno rafforzato il quadro accusatorio e portato la magistratura minorile a intervenire con una misura restrittiva di natura educativa.

La decisione del tribunale dei minori

A disporre il trasferimento in comunità sono stati i giudici del tribunale per i minorenni di Roma, che hanno trasmesso il provvedimento ai carabinieri competenti per l’esecuzione. La scelta di collocare il ragazzo in una struttura protetta risponde a una logica diversa rispetto a quella applicata nei confronti degli adulti: si punta a interrompere il contesto in cui il minore avrebbe maturato la condotta contestata e a inserirlo in un percorso capace di ricostruire regole, responsabilità e prospettive.

Nel sistema della giustizia minorile italiana, la comunità rappresenta spesso una misura intermedia ma molto significativa. Non è soltanto un allontanamento forzato, ma un tentativo di presa in carico complessiva della persona, soprattutto quando l’età così giovane fa pensare che ci sia ancora spazio per intervenire in modo efficace sul piano educativo.

Un segnale d’allarme che riguarda tutto il territorio

Il caso del quindicenne di Monterotondo riporta l’attenzione su un tema sempre più sensibile anche nei centri non metropolitani: la precocità del contatto con la droga e il rischio che adolescenti molto giovani possano essere coinvolti non solo nel consumo, ma anche nelle fasi della piccola distribuzione. Stazioni ferroviarie, aree di passaggio e luoghi frequentati dai ragazzi diventano spesso snodi delicati, dove si intrecciano fragilità personali, marginalità e disponibilità di sostanze.

La Sabina e l’area a nord di Roma non fanno eccezione. Episodi come questo mostrano quanto sia necessario mantenere alta l’attenzione sia sul piano repressivo sia su quello preventivo, con un lavoro che non può riguardare soltanto le forze dell’ordine, ma anche famiglie, scuole, servizi sociali e realtà educative del territorio.

La speranza di un percorso di recupero

Dietro la freddezza delle formule giudiziarie resta la storia di un ragazzo di appena 15 anni, per il quale si apre adesso una fase decisiva. Il trasferimento in comunità rappresenta certamente un passaggio duro, ma anche una possibilità concreta di interrompere un percorso che, se confermato, rischierebbe di segnarne il futuro in modo pesante.

Proprio per questo la misura decisa dal tribunale assume un significato che va oltre la cronaca giudiziaria: è un tentativo di rimettere al centro la legalità, ma anche la possibilità di recupero di un adolescente che si trova in un’età in cui ogni scelta può ancora cambiare direzione. E sarà proprio la comunità, adesso, il luogo in cui verificare se questa seconda possibilità potrà davvero trasformarsi in una ripartenza.

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