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Esteri

Usa-Iran: il Memorandum di Trump tra critiche interne e incognite globali

Gli iraniani lo “avevano preso in giro e avevano detto che era uno stupido figlio di p…a”. Con queste parole Donald Trump ha insultato Barack Obama, che aveva negoziato un accordo con l’Iran nel 2015. Trump ovviamente pensava al suo accordo mentre parlava con i giornalisti durante

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Usa-Iran

Redazione-  Gli iraniani lo “avevano preso in giro e avevano detto che era uno stupido figlio di p…a”. Con queste parole Donald Trump ha insultato Barack Obama, che aveva negoziato un accordo con l’Iran nel 2015. Trump ovviamente pensava al suo accordo mentre parlava con i giornalisti durante le interviste a margine del G7 in Francia. I due trattati non sono facilmente paragonabili, anche se ambedue mirano ad affrontare i rapporti con l’Iran, specialmente la questione del possesso delle armi nucleari.

Il Memorandum of Understanding (MOU) firmato recentemente consiste in un pre-trattato lungo solo due pagine, mentre quello di Obama era un solido documento di 157 pagine raggiunto dopo due anni di negoziati. Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) imponeva all’Iran di limitare il programma nucleare per scopi civili, sbarazzarsi del 97% dell’uranio già arricchito e accettare rigide ispezioni dell’International Atomic Energy Agency (IAEA). L’Iran otteneva in cambio l’accesso ai fondi che erano stati congelati dopo la rivoluzione islamica del 1979. L’accordo includeva annotazioni tecniche e cinque appendici e, dopo quindici anni, si sarebbe rivisto per possibili estensioni. L’uranio già arricchito fu consegnato alla Russia, la quale da parte sua trasferì 140 tonnellate di uranio naturale grezzo da usarsi per scopi civili sotto stretti controlli dell’AIEA. La partecipazione della Russia era importante perché il JCPOA era stato firmato non solo da Stati Uniti e Iran, ma anche dai cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, oltre che dall’Unione Europea. Si trattava dunque di un trattato con l’appoggio internazionale.

Il Memorandum of Understanding è stato firmato da Trump, dal suo vice J.D. Vance e da Mohammad Bagher Ghalibaf, il rappresentante iraniano nei negoziati. Consiste di 14 punti con una tregua di 60 giorni che sospende le ostilità. Include anche la sospensione delle ostilità in Libano tra Israele e Hamas, ma il primo ministro israeliano non sembra avere interesse a rispettarlo. Infatti, i bombardamenti nel sud del Libano continuano, causando ulteriori vittime che si aggiungono alle 4.000 persone già morte. L’accordo aprirebbe lo Stretto di Hormuz senza pedaggi per 60 giorni, prevederebbe un fondo di investimenti di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione in Iran, eliminerebbe le restrizioni all’esportazione di petrolio iraniano, ma spingerebbe i negoziati sul nucleare nel futuro. I 300 miliardi per la ricostruzione verrebbero da investimenti di Paesi del Golfo, ma anche di enti privati.

Gli analisti americani hanno etichettato il MOU come una resa da parte di Trump, il quale aveva perso l’interesse per la guerra. Il presidente statunitense si era probabilmente reso conto che Netanyahu lo aveva abbindolato per farlo entrare nel conflitto e ha quindi cercato una via d’uscita. Le reazioni al MOU sono state sfavorevoli al presidente degli Stati Uniti e includono le dichiarazioni di almeno tre senatori repubblicani (Roger Wicker del Mississippi, Bill Cassidy della Louisiana e Ted Cruz del Texas). Anche gli editoriali di media conservatori come il Wall Street Journal e il New York Post, così come il think tank di destra American Enterprise Institute, hanno criticato l’accordo, ritenendolo favorevole all’Iran.

Trump aveva poche opzioni ed era ovviamente preoccupato dall’effetto della guerra sull’economia americana a causa degli aumenti del prezzo del greggio a livello mondiale. Il prezzo della benzina in Usa era aumentato raggiungendo più di 4,49 dollari al gallone e persino 6 dollari in California. Il costo della benzina influisce su tanti aspetti dell’economia che dipendono dai trasporti, incluso ovviamente il costo del cibo, colpendo le tasche dell’americano medio. Nella campagna elettorale l’economia era il punto forte di Trump, ma adesso solo il 33 per cento degli americani approva il suo operato sull’economia, secondo un sondaggio della NPR/PBS, le reti di radio e televisione pubbliche. L’inflazione è aumentata al 4,2% e la Federal Reserve potrebbe aumentare i tassi di interesse nei prossimi mesi, rallentando la crescita.

L’ex presidente Obama non ha commentato gli insulti di Trump, ma ha centrato il bersaglio sul recente accordo con l’Iran. In un’intervista al programma TODAY della NBC, Obama ha detto che, dopo avere combattuto una guerra e “speso miliardi e miliardi di dollari con moltissime vittime… siamo tornati al punto di partenza prima della guerra”, ma in una situazione ancora peggiore. Una delle conseguenze più problematiche per gli USA e per il resto del mondo è che, con il conflitto, gli iraniani hanno scoperto il loro potere di chiudere lo Stretto di Hormuz e di prendere in ostaggio l’economia mondiale, qualcosa che non avevano mai fatto prima. Il fragile accordo con l’Iran ci fa pensare che Obama avesse la giusta strategia diplomatica, basata anche sulla cooperazione internazionale. Con la guerra scatenata da Trump e temporaneamente finita, si dovrà ripercorrere la strada fatta da Obama. Forse Trump avrà capito che la forza per costringere gli altri ad obbedirgli non funziona, poiché i deboli non devono vincere, devono solo resistere e rimanere in piedi. Una lezione che forse anche Putin starà imparando con la sua invasione dell’Ucraina.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Rahime – Il prezzo della libertà (Delitti d’onore in Afghanistan)

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violenza donna

Parte V: Il peso delle scelte

La storia di Rahime è legata a un tragico evento avvenuto in Afghanistan circa dieci anni fa

Redazione -Rahime aveva venticinque anni.
Nel suo villaggio, dove le strade erano strette e le voci ancora più strette, la vita sembrava seguire regole scritte da altri, molto prima che lei potesse scegliere le proprie.

Il suo primo fidanzamento era con il cugino. All’inizio tutto sembrava normale, quasi inevitabile. Ma con il tempo, qualcosa cambiò.
Lui diventò sempre più diffidente, sempre più ossessionato. Ogni sguardo di Rahime diventava un sospetto, ogni parola una possibile prova di tradimento, ogni silenzio un’accusa.

Rahime iniziò a sentirsi prigioniera di una relazione che non lasciava spazio alla fiducia. Non c’era dialogo, solo controllo. Non c’era amore, solo paura travestita da possesso.

Un giorno, quando capì che quella vita non le avrebbe mai dato pace, prese una decisione difficile ma necessaria: chiuse il fidanzamento.

Non ci furono grandi scene. Solo una scelta. Una linea tracciata tra ciò che era stata e ciò che voleva diventare. Rahime cercava soltanto una cosa: respirare senza paura.

Passò del tempo. E per la prima volta, quel tempo non era fatto di tensione, ma di possibilità.

Poi arrivò un nuovo ragazzo nella sua vita.
Diverso. Più gentile. Più rispettoso. Non trasformava ogni parola in un’accusa, non cercava ombre dove non c’erano. Con lui, Rahime sentì qualcosa che non provava da anni: leggerezza.

Si fidanzò di nuovo. E questa volta, credette davvero di aver lasciato alle spalle il passato.

Ma il passato, in alcuni luoghi, non rimane dietro. Aspetta.

Il giorno in cui Rahime uscì di casa per andare al corso di sartoria, la sua vita sembrava normale. Una giornata come tante. Un futuro ancora aperto davanti a lei.

Poi lo incontrò.

Il suo ex fidanzato.

Le parole tra loro furono brevi, spezzate, cariche di tutto ciò che non era mai stato risolto. Non era più solo una rottura: era diventata una ferita che qualcuno non aveva mai accettato di guarire.

In pochi istanti, tutto cambiò.

E quella che era iniziata come una storia di scelta e libertà si trasformò in una tragedia irreversibile.

Rahime fu uccisa quel giorno, nel pieno della sua giovinezza, mentre cercava semplicemente di vivere una vita diversa.

Non per ciò che aveva fatto.
Ma per ciò che aveva deciso: andarsene, scegliere, ricominciare.

E nel silenzio che seguì, rimase una verità difficile da ignorare:

che a volte, in alcune realtà, la libertà di una donna viene ancora scambiata per colpa.

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Delitto d’onore in Afghanistan: La tragica fine del sogno di due ragazze a Kabul

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Delitto d’onore in Afghanistan: La tragica fine del sogno di due ragazze a Kabul

 

Parte Quarta

Redazione-  Quello che accadde undici anni fa in Afghanistan è uno degli eventi più sconvolgenti rimasti nella memoria di molte persone.

In uno dei quartieri di Kabul, chiamato Chihil Sutun, vivevano due giovani donne di nome Sarina e Marwa. Erano ragazze semplici, che desideravano soltanto lavorare, essere indipendenti e costruirsi una vita dignitosa attraverso il proprio impegno.

Per questo motivo avevano aperto un piccolo salone di bellezza, un luogo modesto ma molto importante per loro.

Ogni giorno aprivano il negozio, accoglievano le clienti e cercavano di costruire il proprio futuro con il lavoro quotidiano.

Tuttavia, attorno a loro circolavano voci e pettegolezzi.

Molte persone parlavano senza conoscerle davvero e, nel tempo, si erano diffuse accuse e giudizi mai confermati.

Nonostante questo, le due ragazze continuarono a lavorare e a vivere con dignità.

Fino a una fredda mattina d’inverno.

Erano circa le dieci quando ci si accorse che la serranda del salone era ancora abbassata, in modo insolito.

All’inizio nessuno immaginava nulla di grave. Forse un semplice ritardo.

Ma poco dopo, una sottile traccia rossa fu notata sotto la porta.

La gente si avvicinò.

Quella traccia si stava lentamente allargando.

Era sangue.

In pochi istanti, il quartiere fu avvolto dal silenzio e dalla paura.

Quando la porta venne aperta, all’interno fu scoperta una scena terribile.

Sarina e Marwa erano state uccise nel loro salone.

Quel luogo che rappresentava per loro speranza e indipendenza era diventato il teatro della loro morte.

La notizia si diffuse rapidamente in tutta la zona.

Molti si chiesero chi fosse stato, perché fosse accaduto e cosa fosse successo in quelle ore.

Ma non ci furono risposte certe.

Nei giorni e nelle settimane successive, il clima nel quartiere divenne ancora più pesante. Accanto al dolore e allo shock, iniziarono a circolare anche interpretazioni e commenti diversi. Alcune persone, influenzate da vecchie voci e pettegolezzi, espressero giudizi senza conoscere realmente i fatti, contribuendo ad aumentare il dolore dei familiari e delle persone vicine alle vittime.

Per le famiglie, infatti, non fu doloroso solo il lutto, ma anche il peso delle parole e delle opinioni che continuarono a circolare.

Secondo diverse testimonianze e ricostruzioni successive, alcuni commenti riflettevano pregiudizi e narrazioni mai verificate, che si erano diffuse nel tempo nel quartiere.

Tutto questo avveniva mentre la verità sull’accaduto rimaneva ancora avvolta nel mistero.

E così, questa storia rimane ancora oggi una delle pagine più dolorose ricordate da chi ha vissuto quel periodo, segnata non solo dalla tragedia, ma anche dal silenzio e dalle parole che la seguirono.

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Le ragazze dell’Afghanistan: vittime di voci, fanatismo e delitti d’ono

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Le ragazze dell’Afghanistan: vittime di voci, fanatismo e delitti d’ono

Parte tre

Redazione- I delitti d’onore in Afghanistan rappresentano una delle realtà sociali più dolorose e complesse. In questi casi, ragazze e donne non vengono uccise per un crimine reale, ma per sospetti, voci, pressioni sociali, rifiuto di matrimoni forzati o semplicemente per il desiderio di continuare gli studi e scegliere liberamente il proprio futuro. Spesso l’autore della violenza è una persona molto vicina alla vittima: un padre, un fratello o un marito, individui che dovrebbero garantire protezione e sicurezza, ma che invece diventano protagonisti della tragedia.

Dodici anni fa, una di queste vittime era una ragazza di nome Zahra.

Zahra aveva solo diciannove anni. Era una studentessa di letteratura inglese e, oltre all’università, frequentava anche corsi di lingua. Era una ragazza tranquilla, diligente, con grandi sogni per il futuro. Voleva studiare, diventare traduttrice, essere indipendente e costruirsi una vita propria. Per lei, i libri non erano solo studio, ma speranza: la speranza di un futuro diverso, nonostante le difficoltà.

Ma in un contesto in cui una voce può diventare più forte della verità, la sua vita cambiò in modo irreversibile.

Alcuni amici del fratello le sussurrarono che “sua sorella aveva una relazione con il professore del corso”. Non c’erano prove, nessuna verifica, nessuna domanda rivolta direttamente a Zahra. Eppure quella sola frase fu sufficiente a scatenare nella mente del fratello sospetto, rabbia e un’idea distorta dell’onore familiare.

Più volte egli chiese ai genitori di impedire a Zahra di continuare gli studi. Ma loro si opposero. Credevano nel diritto della figlia all’istruzione e non vollero privarla del suo futuro.

Il giorno della festa di Eid al-Adha, mentre i genitori erano in moschea per la preghiera, la casa divenne il luogo di una tragedia irreversibile. In quelle ore di assenza, Zahra fu vittima di una violenza estrema. Quando i genitori tornarono, era già troppo tardi: la loro figlia non respirava più.

I delitti d’onore in Afghanistan non sono episodi isolati, ma il riflesso di una profonda crisi sociale in cui la vita delle donne viene talvolta considerata meno importante delle opinioni altrui, delle voci di strada e di interpretazioni distorte del concetto di onore. Spesso queste tragedie restano nascoste, normalizzate o non denunciate, e le vittime non hanno nemmeno la possibilità di ottenere giustizia.

Zahra avrebbe potuto avere un futuro diverso. Avrebbe potuto laurearsi, lavorare, vivere. Ma come molte altre ragazze vittime di questo tipo di violenza, il suo nome è diventato parte di una lunga lista di sogni interrotti.

Questa non è solo la storia di Zahra. È un monito doloroso: finché le voci avranno più peso della verità e il fanatismo più spazio della giustizia, altre ragazze continueranno a rischiare di perdere non solo i propri sogni, ma la vita stessa.

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